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Diaspora, ricca fonte di creatività letteraria

Il crollo degli imperi coloniali, ma anche le massicce migrazioni verso le Americhe e l’Australia dalle zone depresse del Vecchio continente, hanno portato nel periodo successivo alla nascita delle nazioni moderne, all’insorgere del fenomeno delle diaspore. Non che esse non siano esistite in precedenza (pensiamo agli ebrei, ai rom, alle invasioni barbariche o grandi migrazioni di popoli che dir si voglia, seguite all’indebolimento e alla fine dell’Impero romano): semplicemente ciascuno periodo ha la propria storia e le proprie peculiarità, per cui nel caso delle migrazioni moderne maggiore attenzione viene prestata ai fenomeni legati all’appartenenza nazionale, all’ibridismo, per finire con l’interculturalità. Inoltre gli ultimi decenni hanno visto l’emergere di nuove situazioni globali, transnazionali, per cui abbiamo assistito a un proliferare di migrazioni e alla creazione di diaspore sempre maggiori. Le diaspore sono gli emblemi del transnazionale perché impersonano la questione della frontiera, che è il fulcro di ogni adeguata definizione dell’Altro rispetto allo Stato-nazione.

Creatività esistenziale

Emigrazione, immigrazione ed esilio sono stati da sempre, ed ognuno per sé, fonte di creatività letteraria. Ogni essere umano, che si sposta o che è costretto a spostarsi da uno spazio, da una storia, da una società, da una lingua a un’altra, si ricostruisce un contesto sociale per ridare dignità alla sua esistenza o per attuare il suo progetto di vita. Quest’operazione di intensa creatività esistenziale sfocia a volte nella scrittura. Per il Novecento europeo emigrazione, immigrazione ed esilio vanno annoverati tra gli impulsi che hanno concorso in modo decisivo al rinnovamento delle letterature nazionali perché ne hanno smorzato l’autoreferenzialità entro cui esse hanno rischiato di perdersi.

Queste nuove realtà non potevano, pertanto, non dare vita a forme proprie di narrazione letteraria. Oggigiorno per letteratura della diaspora si intende l’insieme di opere prodotte da autori che, per motivi individuali e collettivi, vivono una situazione di diaspora e che nei loro testi la descrivono facendone in molti casi materia esclusiva della propria produzione. La lingua utilizzata è a volte quella del Paese in cui gli autori vivono la loro diaspora, una lingua rivisitata creativamente attraverso la cultura d’origine degli autori. Si tratta comunque di una definizione in fieri e molto ampia, legata alle diaspore storicamente più conosciute e studiate, ma anche alle diaspore create dalle migrazioni. Emigrazione, immigrazione ed esilio sono stati da sempre, ed ognuno per sé, fonte di creatività letteraria. Ogni essere umano, che si sposta o che è costretto a spostarsi da uno spazio, da una storia, da una società, da una lingua a un’altra, si ricostruisce un contesto sociale per ridare dignità alla sua esistenza o per attuare il suo progetto di vita. Quest’operazione di intensa creatività esistenziale sfocia a volte nella scrittura. Per il Novecento europeo emigrazione, immigrazione ed esilio vanno annoverati tra gli impulsi che hanno concorso in modo decisivo al rinnovamento delle letterature nazionali perché ne hanno smorzato l’autoreferenzialità entro cui esse hanno rischiato di perdersi.

Una costruzione ideologica
Ogni nazione è una costruzione di tipo testuale e ideologico, che permea di sé il canone letterario e insieme i discorsi critico scientifici. Ma cosa succede dunque quando i confini di questa “costruzione” si dilatano, entrando in contatto con idee e individui provenienti da altri territori, da altre tradizioni? Il linguaggio (inteso nel suo significato più ampio, come insieme di elementi atti alla comunicazione) di ogni singola cultura ospitante risulta in bilico: sarà infatti protagonista del presente, ma allo stesso tempo costituito su figure retoriche appartenenti a un ben delineata eredità culturale passata che trova le sue radici nel concetto stesso di nazione moderna. Oggi però, alla luce delle grandi migrazioni di fine Ottocento e del Novecento (per non parlare dell’immigrazione attuale nell’Europa occidentale dai Paesi del terzo mondo), la nazione non è più il segno della modernità all’ombra del quale le differenze culturali sono rese totalmente omogenee in una visione “orizzontale” della realtà. Specie in seguito al crollo dei grandi imperi coloniali la nazione moderna nella sua ormai vacillante condizione di entità monoculturale diviene territorio di passaggio, di incontro, di scontro di svariate culture. Queste nuove identità emergenti si inseriscono nel processo dialettico delle letterature nazionali, senza dover generare all’interno di esso alcuna contraddizione, ma contribuendo piuttosto a delineare l’esistenza di una sorta di “terzo spazio”. Il risultato è la creazione di una nuova realtà culturale che trova il suo motivo di sviluppo nella differenza e nella contaminazione, creando una nuova geografia di luoghi ibridi. La narrazione diviene, in questo ambito, un momento fondamentale per esprimere il proprio diritto alla diversità.

La letteratura della migrazione è un fenomeno letterario e culturale, frutto della mobilità di persone all’interno e verso l’Europa e dall’Europa verso altri continenti (soprattutto l’America e l’Australia), che ha caratterizzato segnatamente la letteratura europea a partire dagli anni ’50, introducendo in essa degli elementi di mondializzazione e di creolizzazione, ovvero di internazionalizzazione. Nel caso dell’Italia, dapprima Paese di emigrazione e poi dagli anni Ottanta di immigrazione, la letteratura della migrazione porta il volto duplice di un movimento centrifugo e, successivamente, centripeto.

Nel caso italiano non vi possono essere paragoni di sorta con le espressioni letterarie francofone o del Commonwealth: la lingua italiana non è stata esportata al seguito di colonizzazioni, come il francese e l’inglese, né ha acquisito status di lingua ufficiale o di seconda lingua in alcun Paese straniero. Vi sono comunque gli scrittori di lingua italiana nel mondo, ma anche quelli che hanno scelto di esprimersi nella lingua d’adozione. Lo stesso concetto di italiani nel mondo ormai è soggetto a una sorta di rivisitazione. Prende sempre più piede la tesi secondo la quale può considerarsi italiano nel mondo soltanto colui che è in grado di parlare l’italiano e non chi può, invece, soltanto vantare origini italiane, che magari gli sono valse la concessione del passaporto tricolore, in virtù di una legge permissiva che dà la facoltà di acquisire la cittadinanza anche in presenza di un unico ascendente in linea retta originario dalla penisola appenninica. Si pone quindi il problema delle seconde e terze generazioni di italiani nel mondo, che, in genere, si sono pienamente integrate nei Paesi d’accoglienza, nei quali in realtà esse sono nate: si possono considerare ancora italiane? Su quest’italianità legata unicamente alle origini, ma sempre meno alla cultura (un concetto nel quale l’espressione linguistica gioca un ruolo predominante) affiorano sempre più dei dubbi, delle ombre. Dall’altro lato, la rinnovata importanza concessa alla questione della lingua fa balzare in primo piano la presenza, in particolare nelle aree limitrofe all’Italia (ma non solo) ed anche nell’Europa sudorientale, di tantissime persone, che pur non essendo originarie dall’Italia, conoscono anche bene la lingua italiana, la padroneggiano, ovvero la studiano molto volentieri. Si tratta di realtà importanti che non possono essere escluse dal discorso sull’italianità all’estero: ragion per cui in questi casi è stato coniato un nuovo termine, quello relativo all’italicità. Questo concetto affianca quello precedente di italianità nei casi in cui viene a mancare uno dei due elementi caratterizzanti l’appartenenza nazionale: la lingua o le origini. Le creazioni letterarie che nascono da questi mondi nei quali le identità nazionali classiche sono destinate a perdere nitidezza inevitabilmente assumono le caratteristiche del translinguismo, dell’interculturalità.

Letteratura interculturale
Che cosa rende interculturale la letteratura di questi autori rapportata alla letteratura nazionale che viene scritta nella stessa lingua? Aldilà di quello che è percepibile a prima vista come può esser la diversità culturale delle metafore, dei personaggi, delle topografie e dei temi, in realtà l’operazione che le rende interculturali è anche l’interruzione del patto che lega scrittore e lettore all’interno delle letterature nazionali. Si tratta di un patto di lealtà alla propria appartenenza culturale, che consiste nel fatto che scrittore e lettore si riconoscono depositari di una lingua e di una memoria comune. La letteratura interculturale non rispetta questo patto. Le opere, ma non per forza tutte, degli autori interculturali hanno la tendenza a sostituire il lettore nazionale con il lettore anazionale e di accostargli un interlocutore, che sia in grado di seguire lo svolgersi dell’opera al di là della lingua in cui essa è scritta, laddove essa attinge pure alla memoria storico-culturale di altri popoli e altre aree.

La rapida integrazione-assimilazione delle seconde e terze generazioni di migranti fa sì che le diaspore contengano spesso in sé il seme dell’effimero, in quanto sottoposte a continui cambiamenti e adeguamenti alla nuova realtà in cui sono immerse. La dissoluzione identitaria delle emigrazioni paradossalmente favorisce il discorso interculturale. Se le emigrazioni si dissolvono come fatto generazionale, esse di fatto continuano a vivere nelle opere degli scrittori che ne fanno il tema della loro scrittura e che le trasformano in percezione narrativa. La diaspora magari si esaurisce, ma rimane accettata come tema e come strategia di narrazione. Gli autori che si dedicano a quest’impresa di immortalare una realtà in transizione, come quella della diaspora, finiscono per contestualizzarsi nell’interculturalità.

Secondo la tesi di Julia Kristeva, ripresa da Homi Bhabha nelle sue riflessioni sul rapporto tra nazione e narrazione, la produzione narrativa di una nazione è un processo dinamico risultante dalla costante dialettica tra la temporalità continua e cumulativa del pedagogico con la strategia ripetitiva e ricorsiva del performativo. la nazione moderna nella sua ormai vacillante condizione di entità monoculturale diviene territorio di passaggio, di incontro, di scontro di svariate culture. Queste nuove identità emergenti si inseriscono nel processo dialettico creativo, contribuendo a delineare l’esistenza di una sorta di “terzo spazio”. Il risultato è quindi la creazione di una nuova realtà culturale che trova il suo motivo di sviluppo nella differenza e nella contaminazione.

Evitare forme di buonismo
Gli ultimi vent’anni sono stati caratterizzati da un ampio dibattito sui termini da adottare sia per definire la letteratura della migrazione (letteratura italofona, scritture migranti, letteratura migrante, letteratura della migrazione, letteratura della diaspora, letteratura multiculturale, letteratura post coloniale, ecc.), sia i soggetti che questa producono (scrittori immigrati, scrittori migranti e migranti scrittori, scrittori post migranti, scrittori migranti di seconda generazione, scrittori della diaspora, scrittori post coloniali, ecc.). In ogni caso parliamo spesso di scrittori della seconda generazione della diaspora, un’espressione quest’ultima non tra le più felici, specie nel caso degli emigrati. Infatti l’emigrazione non si eredita, per cui a rigore non si può parlare di “seconda generazione di migranti”. Uno scrittore della diaspora è certamente un letterato, piaccia o no, con una doppia appartenenza. In Italia quando si è assistito ai primi episodi di “letteratura migrante”, si è capito, a poco a poco, che bisogna evitare una tentazione, quella di un’aspettativa forte, di rivitalizzazione della lingua italiana al contatto con altri idiomi. Alcuni avevano questa fiducia troppo ambiziosa, eccessiva, in un certo senso abusiva, e speravano in una rigenerazione del linguaggio quotidiano del Belpaese, un linguaggio ormai televisivo, omologato e impoverito. Cercavano allora, nei romanzi dei migranti, gli errori, quelle imperfezioni capaci di risvegliare una lingua; si auguravano di imbattersi in una scrittura indocile e invece trovavano un italiano spesso neutro, a volte inerte, sempre molto scolastico. Una cosa è certa comunque: nei pareri critici verso gli scrittori della diaspora bisogna evitare forme di buonismo: un qualsiasi individuo che scelga di scrivere in una data lingua dev’essere giudicato, infatti, secondo i parametri di quella.

Per dirla con Virgilio...
Quello che gli scrittori della diaspora offrono invece sono molteplici spunti per una riflessione attorno al concetto di identità. Possiedono, infatti, più appartenenze, patrie, lingue: sono spesso, come ammettono alcuni, imperfettamente bilingui. Il racconto di queste identità multiple è estremamente degno di attenzione, non solo come fenomeno sociologico, ma come discorso che ci parla di “noi”, della Comunità nazionale italiana di Croazia e Slovenia, ugualmente sospesi tra più nazioni, in parte sradicati dalla nostra tradizione storica pur senza essersi mai spostati da queste terre. Le nostre identità sono oggi in “liquefazione”, disfatte e precarie; si fa strada allora una condizione diversa, una “identità a palinsesto” in cui ogni cosa è sempre da ricominciare, secondo un perenne riprovare e lasciar andare. È questa però la condizione più verosimile della contemporaneità, dove l’identità meticcia appartiene a noi tutti, è quel destino della globalizzazione che deve farci stringere fratellanza con ogni moderno nomade, impegnato a cercare nuovi radicamenti, anche nella terra dove siamo nati. E con Virgilio possiamo dire allora: “Ma noi siam peregrin come voi siete” (Dante, Purgatorio, II, 63).

 

Dario Saftich
(Supplemento “inPiù cultura” de “La Voce del Popolo” del 19/7/2014.)

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