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Insieme a un pino «Oltre i verdi silenzi»

UMAGO | ALucilla Pradal Brežnik è stato aggiudicato il Primo premio nella categoria Prosa in lingua italiana o in uno dei dialetti della Comunità Nazionale Italiana, nell’ambito del 50º Concorso d’Arte e Cultura “Istria Nobilissima”. Sul suo lavoro intitolato “Oltre i verdi silenzi”, la giuria ha espresso il seguente giudizio: “Racconto capace di suggerire, attraverso un linguaggio elegiaco, la necessità di collegare al passato un futuro ecologicamente compromesso. L’io narrante entra nella più moderna prospettiva post umana da un punto di vista capace di collegare mito e realtà”. Dunque una storia che intriga e incuriosisce, anche a motivo dell’aspetto personale e intimo del racconto in cui il protagonista è un albero.

Dopo avere terminato l’Accademia Pedagogica di Pola, con indirizzo Biologia e Italiano, nel 1969 Lucilla Pradal Brežnik inizia a insegnare dapprima nella Scuola elementare italiana di Cittanova, poi nel 1971 nella SEI di Umago. In trent’anni di servizio insegna anche materie quali chimica, economia domestica, pronto soccorso, storia ed educazione artistica. Prepara inoltre gli alunni delle elementari per le gare di pronto soccorso che si svolgono tra le scuole del Buiese con lingua d’insegnamento italiana e croata.
Vincitrice di numerosi riconoscimenti, l’autrice ricorda con orgoglio il primo premio vinto al concorso indetto dall’E.N.P.A. (Ente Nazionale Protezione Animali), con sede a Trieste, conferitole personalmente dall’astrofisica Margherita Hack, nonché il primo premio ottenuto al “Concorso Omaggio a Bartolomeo Biasoletto” istituito dalla Famiglia Umaghese di Trieste.
Essendo nata in una famiglia italiana, nutre il desiderio di coltivare e tutelare il patrimonio linguistico italiano, come pure di salvaguardare il dialetto istroveneto di queste zone, in particolare dell’Umaghese. Abbiamo interpellato Lucilla Pradal Brežnik per un’intervista nel corso della quale ci ha spiegato, tra le altre cose, in che modo ha impostato la sua ultima fatica letteraria.

Da che cosa ha tratto lo spunto per il suo scritto?

“Ora, con il pensionamento, ho più tempo da dedicare alla mia famiglia e a me stessa. Il mio passatempo non è soltanto scrivere – rivela la nostra interlocutrice – ma anche il giardinaggio, la coltivazione di piante ornamentali, la semina e la cura dei fiori nelle aiuole attorno a casa mia. Vivendo in campagna, ho sempre amato la natura, la bellezza dei prati, degli alberi fioriti, il canto degli uccelli, i tramonti in riva al mare. Da queste osservazioni ho potuto trarre lo spunto per i miei scritti”.

Può riassumerci la trama?

“Nel racconto ‘Oltre i verdi silenzi’ ho voluto descrivere non soltanto l’amore per le piccole cose, ma anche raccontare attraverso un protagonista e testimone particolare – ovvero il pino marittimo, considerato l’albero sacro della vita –, il mondo agreste del contadino, che gli ruota intorno. Mi sono soffermata sul lavoro nei campi, che, nel passato, veniva eseguito con fatica, sudore e tanti sacrifici e privazioni. Il pino è l’albero amico, l’io narrante, testimone di tante stagioni. Ho coinvolto lo sfalcio dell’erba, la semina del frumento, del granoturco, la mietitura, la raccolta del mais, la vendemmia e la raccolta delle olive”.

Perché proprio quest’albero?

“Perché l’ho sempre ammirato, fin da bambina, e poi anche da adulta, per la sua aerea e maestosa bellezza, per la sua imponenza e possenza, così protettivo e allo stesso tempo minaccioso. È nato un legame empatico, uno stato d’animo affettivo tra me e il protagonista. Un’antica leggenda narra di un anello magico che conferì a re Salomone la capacità di parlare con gli animali e di comprenderne il linguaggio. Io ho voluto rendere il pino marittimo capace di narrare la sua storia attraverso un linguaggio elegiaco. Riporto alcuni passi di quel mondo semplice e genuino che ho conosciuto: Intanto nella modesta cucina si spandeva il fumo caldo e profumato della polenta appena cotta. In quel cantuccio intimo e confortevole, nel riverbero della vampa si perdevano entusiasmi, rassegnazioni, delusioni e si rinnovavano apprensioni e speranze per le stagioni a venire e i futuri raccolti. Io sono il testimone di quel mondo contadino travolto dalla meccanizzazione, che lentamente e inesorabilmente è andato scomparendo lasciando un vuoto che fa rumore: il grande esempio di dignità, di quella civiltà e umanità contadina e delle sue radici”.

Qual è il suo significato?

“Il pino è testimone di tradizioni, purtroppo andate in parte perdute, della parlata, del nostro dialetto istroveneto, dei tanti vocaboli ormai dimenticati o in disuso. Un patrimonio che va recuperato e salvaguardato con l’insegnamento della lingua italiana nelle nostre scuole, durante le attività libere, ad esempio con il gruppo letterario e con il lavoro di ricerca relativo alle materie scientifiche quali natura e biologia. A fine racconto c’è un glossarietto con la spiegazione dei diversi vocaboli dialettali presenti nella narrazione. Il racconto termina con la descrizione del profumo del pane appena sfornato dalla grande costruzione in muratura, e con la ridda (tipo di ballo antico di persone che giravano in tondo tenendosi per mano e cantando, nda) che accompagna le mie lunghe giornate invernali, sempre uguali; ma quando il gelido ululato della bora penetra nei miei spazi, nella mia solitudine, ferendomi, allora desidero un cielo assonnato e la magia della neve per addormentarmi avviluppata nel suo soffice abbraccio, e sognare. È bello sognare perché i sogni non fanno male, non costano nulla. Il sogno è vita o la vita è sogno? – si chiede l’autrice –. E se un giorno al mio posto rimarrà un po’ più di cielo, vorrei che qualcuno dicesse: ‘È stato un grande amico, un benefattore, il gigante buono!’”, conclude Lucilla Pradal Brežnik.

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